ARTICOLO ESTRATTO DAL LIBRO “PAROLA DI CANE”

a “parlare” è Aaron, Pastore Tedesco da Lavoro

 

Aaron e l’agonismo

“L’agonismo dovrebbe servire a misurare un processo, non ad alimentare l’ego”

Non avevo ancora un anno quando debuttai in gara. La categoria era esordienti e mi sembrava un gioco da bambini. Anche Omar era tranquillo, lo sentivo calmo e convinto, eravamo lì per lavorare insieme, come facevamo di consueto e non ci interessava nessun tipo di risultato. Per voi che avete un ego, a volte più grande di voi stessi, questo tipo di manifestazioni hanno un’importanza vitale. Per noi non significano niente, ma siamo lì con voi e ci connettiamo con il vostro vero “io”, quindi percepiamo ciò che pensate, la tensione nei vostri muscoli, la respirazione e soprattutto l’odore che emanate. E quando ciò accade non potete bluffare con noi.

Il capo era completamente tranquillo, era come se fosse un giorno qualsiasi. In quella gara dovevamo eseguire degli esercizi che già facevamo bene. Beh, li facemmo e io mi divertii. Alla fine della giornata mi toccò salire sopra una specie di scala fatta di solo tre gradini. Vi confesso che questa cosa non l’avevamo mai provata e non mi trovai proprio a mio agio. Noi salimmo sul gradino più alto e c’erano anche altri due binomi: quello più in basso era occupato da un cagnaccio che mi guardava in un modo… dovetti ricordarmi che se non mi fossi comportato bene con gli altri cani, Omar si sarebbe arrabbiato davvero.

In quello stesso anno, partecipammo ad altre competizioni e fu sempre la stessa storia. Alla fine di quell’anno, il capo decise di fare il corso per figuranti. Ve lo ricordate? L’uomo che simula di essere il “cattivo” del film e si veste con la tuta e la protezione sul braccio.

Il corso era tenuto da una persona che Omar stimava molto, una specie di modello ideale. Ci andammo insieme e furono giorni di lavoro intenso: mi facevano mordere le maniche e i salamotti, ero al settimo cielo. Omar diceva di avere imparato tanto, ma soprattutto di avere fatto tanta pratica. Era una cosa che gli piaceva.

Tornati da quell’esperienza, la vita continuò nella normalità, il che per voi a volte si traduce in noia, ma per noi cani significa assoluta calma psicologica.

Sentivo che qualcosa però non era come prima, avvertivo una leggera ansia da parte del capo. Insomma, non capivo ma mi adeguavo, ciò significa che facevo mia una parte del suo stato emotivo. Noi lo facciamo perché in questo modo possiamo aiutarvi, ci prendiamo carico delle vostre emozioni negative e le somatizziamo per scaricarle dal vostro corpo. Mi sembra che sia questa la ragione per cui alcuni di noi si dedicano a quel mestiere che voi chiamate pet therapy, vero?

Il motivo per cui Omar avesse quello stato non l’ho mai conosciuto, so solo che un bel giorno mi sono trovato nuovamente in una gara. Il fatto che io abbia riconosciuto che si trattava di una gara è significativo! Noi non andiamo in gara, noi veniamo con voi ovunque: a passeggio, in vacanza, a fare la spesa e anche in gara, ma queste non sono le nostre mete, non sono i nostri obiettivi. Noi veniamo con voi e basta.

Mi ero accorto che quella gara era “importante” per Omar. Una delle considerazioni più profonde del vostro comportamento è questa: ritenere alcune cose importanti! In questo modo, per ovvie ragioni, date meno importanza ad altre cose e così facendo alimentate il vostro ego quando dovete fare quella cosa “importante”.

Ora che è passato tanto tempo, posso confessarvi che ero veramente nervoso, un po’ perso, non riconoscevo gli odori che Omar emanava. Sentivo i comandi e questi non corrispondevano alle immagini che mi mandava. Era stato proprio un momento difficile.

Ci presentammo in gara e dal momento in cui entrammo in campo constatai almeno una ragione per cui quella prova fosse diversa: a fare da giudice c’era il suo maestro, quello del corso per figuranti. Colui che, nella sua testa, rappresentava il modello da imitare: il signor Carmelo Sesto (R.I.P.). Dovevamo fare la prima gara ufficiale, quella che, ai tempi, ci dava la possibilità di fare il primo brevetto di lavoro Sch I.

In realtà conoscevamo molto bene tutti gli esercizi e avevamo già superato con un eccellente voto la sezione dedicata al naso. Mi ero fatto i miei trecento metri con il mio nasone adeso a terra e avevo trovato i due oggetti che c’erano da trovare. Il giudice delle piste disse: “Complimenti, il cane è un super pistaiolo!”.

Arrivò quindi il nostro turno nella sezione B, quella dell’obbedienza. In pratica dovevamo:

camminare insieme per cinquanta metri, io sempre al suo piede;

girare in fondo e quindi fare le variazioni di velocità;

girare due volte a destra e una a sinistra;

fare un’inversione di marcia;

fermarci e, senza che Omar me lo chiedesse, io mi dovevo sedere accanto;

ripartire al piede e quindi passare all’interno di un gruppo di quattro persone che si muovevano, dovevamo girare attorno a una a sinistra, poi attorno a un’altra a destra e infine fermarci accanto a una di loro. Usciti dal gruppo si andava alla partenza e quindi iniziavano quelle posizioni conosciute con il nome dei fermi. Il primo è il seduto, quindi dopo dieci passi mi chiedeva di sedermi e lui continuava a camminare, si allontanava e poi si girava quindi tornava da me che l’aspettavo seduto. Poi riprendevamo a camminare insieme e dopo dieci passi mi chiedeva di andare a terra; come prima, lui si allontanava e a una certa distanza si fermava, si girava e quando il giudice glielo diceva mi chiamava; io dovevo correre come un matto da lui, arrivare di fronte e sedermi guardandolo negli occhi; quando me lo chiedeva mi rimettevo nella posizione di base accanto alla sua gamba sinistra.

Si andava poi alla parte dei riporti. Questa è una delle parti più complicate per noi cani da pastore. I riporti li sanno fare dalla nascita i nostri cugini Retrievers, il Golden, il Labrador. A noi ce lo devono insegnare e non è sempre facile impararli con precisione.

Comunque, si andava verso il posto dove erano tenuti i riporti (cioè degli oggetti di legno), il conduttore ne prendeva uno, io camminavo sempre al suo fianco fino a quando si fermava. A quel punto lanciava il riportello e, quando me lo chiedeva, dovevo partire come un razzo per andare a raccoglierlo, quindi a tutta velocità tornare da lui e sedermi di fronte, sempre con il riportello in bocca e senza masticarlo (mamma mia, che difficile!). Quando me lo chiedeva, dovevo aprire la bocca (vi ricordate i giochi da cucciolino?). Dopo avere lasciato e sempre a comando, dovevo andare alla posizione base.

Ci spostavamo di fronte ad una barriera alta un metro e larga altri cento centimetri, a quel punto Omar lanciava il riportello oltre la barriera e quando me lo chiedeva dovevo partire (sempre come Speedy Gonzales), saltare e prendere il riportello, quindi girare e saltare nuovamente per tornare da lui. C’è un sacco di spazio senza barriere per andare e tornare con il riportello in bocca, non ho mai capito perché fare quel salto inutile e dispendioso. Beh, contenti voi!

Non è, affatto, finita. Si continuava al piede e ci si metteva davanti a una palizzata alta un metro e novanta centimetri, molto inclinata. Stessa storia di prima: dovevo andare oltre la palizzata (passandoci sopra ovviamente) per recuperare il riportello. Obbligatoriamente anche al ritorno bisognava passarci sopra. Sì, come avete sicuramente immaginato: che spreco di energie!

Infine, si andava alla partenza, si partiva al passo e, a un certo punto, mi si chiedeva di andare in avanti, prima di abbandonarlo e correre a massima velocità verso la fine del campo. Quando il giudice glielo ordinava, Omar doveva darmi il comando per andare a terra. Allora io dovevo velocemente andare a terra a distanza.

Veniva lui a prendermi, mi dava il comando per sedermi accanto a lui e al piede andavamo dal giudice a comunicargli che avevamo finito il nostro lavoro (come se lui non lo sapesse già!).

Mentre facevo tutto ciò, un altro binomio era situato sul bordo del campo: il cane era a terra e il conduttore doveva allontanarsi di almeno quindici passi. Noi cani dovevamo rimanere immobili fino a quando non tornavano a prenderci.

Poteva toccarti prima di andare a terra o di lavorare, a seconda del sorteggio: la cosa certa era che dovevi fare tutte e due le cose.

Quella volta toccò a me per primo fare la condotta. Quando ci presentammo dal giudice, Omar aveva il cuore in gola, io vedevo tutti i suoi pensieri e avvertivo l’odore del panico. Con la sua mente mi faceva vedere, in anticipo, tutti gli errori che avrei potuto commettere. A questo punto sapete benissimo che ciò rappresenta per noi il comando più potente: ciò che avete in mente!

Arrivammo dal giudice, era inizio inverno quindi la temperatura era piuttosto fresca. Omar porse la mano al suo maestro, (nelle vesti di giudice) lui contraccambiò aggiungendo in tono disteso: “Non mi sembra che faccia così caldo”, alludendo alle mani già sudate del mio capo.

Io ero nervosissimo, ricevevo tanti di quei messaggi (tutti contraddittori) che non sapevo letteralmente che pesci pigliare. Omar impartì il comando per andare al piede, ma dalla sua mente e antecedente al comando, ricevetti un’immagine nitida e chiara della sua paura. M’immaginava lontano dalla sua gamba e quindi, inconsciamente, m’invitava a staccarmi dalla posizione corretta. Cominciammo a camminare e le cose si complicarono. Non lo sentivo con me, pensò subito alla parte finale e quindi a girare su se stesso per tornare indietro (il dietro front). Peccato che mi visualizzava allargando la traiettoria (cosa che non facevo mai). Il suo odore era sempre irriconoscibile. Girammo in fondo al campo e io la presi larga come credevo di dover fare. Ascoltavo persino il suo vociare interiore e, mentre progredivamo, cominciai ad avere persino un po’ di paura, non sapevo che cosa dovevo fare. Corremmo insieme e rimasi leggermente dietro, non sapevo davvero che cosa aspettarmi, lui rallentò e io feci altrettanto rimanendo ulteriormente indietro. Vi confesso che non avevo nessuna voglia di seguire quello sconosciuto.

Il calvario continuò. M’impegnavo, ma andava sempre peggio. In un modo o nell’altro ci avvicinammo al gruppo. Omar sudava, emanava un cattivo odore. Entrammo a destra ed io presi la tangente, mi allontanai e, giuro, che a quel punto volevo andare verso la porta. Lui mi chiamò toccandosi la gamba sinistra, come per farmi vedere che cosa dovevo fare. Ciò mi confuse ulteriormente, ma decisi di seguirlo (a debita distanza ovviamente). Uscimmo dal gruppo e quando passammo davanti al giudice per rientrare dall’altra parte lui ci fermò. Io volevo scappare. Il giudice si avvicinò a Omar e gli sussurrò: “Il tuo cane sa benissimo cosa fare ma ti stai innervosendo inutilmente, calmati oppure te lo perderai, non devi dimostrarmi niente, fai finta che io non ci sia”.

Sentii Omar respirare profondamente. Il suo stato emotivo cambiò leggermente. Emanava un odore appena diverso ma era un profumo che riconoscevo. Rientrammo nel gruppo, girammo a sinistra e io restai attaccato. Quando ci fermammo avvertii un pizzico di soddisfazione in lui. Lo riconobbi e gli inviai un feedback (a oggi non so se si sia accorto) muovendo la coda in alto. Andammo verso la partenza e continuammo la gara, la sua lotta interna continuava, ma io riconoscendolo decisi di stare con lui. Prima ancora di fare l’esercizio del seduto, il suo cervello mi visualizzò fermo sulle quattro zampe. Partimmo, si camminava. Un passo, un altro, nove, dieci, undici e comando: “sit” (seduto), che fare? Lui se ne andò, io esitavo ma in un micro secondo decisi di dare retta solo alla sua voce e appoggiai il sedere sull’erba. Lui continuò a camminare, quindi si fermò e appena si girò mi mandò una comunicazione telepatica forte: dentro di sé urlava “grazie”. Appena tornò da me cominciai a sentirlo più in contatto, il suo cuore emanava battiti di gioia, come se avesse ritrovato qualcosa che aveva perso. Il suo odore si fece sempre più riconoscibile. Tornati alla partenza, in attesa dell’altro esercizio, mi accarezzò (il regolamento lo consente) e finalmente sentii il suo contatto pieno: eravamo nuovamente insieme come fossimo una sola cosa.

La gara proseguì ed io feci tutto come sapevo, lui a tratti si divertì pure. E arrivò il momento del giudizio. Ci dettero pochi punti, 81. Ma ne bastavano 70 per ottenere la qualifica. Sentii che Omar era davvero soddisfatto, mi fece le coccole e salimmo in macchina.

Sì, lo riconosco, è stato il calvario più grande che abbiamo attraversato insieme, estenuante per me e anche per lui.

Nel momento in cui decisi di seguire solo la sua voce, avevo capito la mia missione nella sua vita. Dovevo aiutarlo a imparare a lasciare andare, a tornare a vivere nel presente, nell’unico momento che conta. A considerare che se vuoi raggiungere un qualunque obiettivo, l’unica cosa che devi e puoi fare è concentrarti sul processo.

Nella nostra esperienza, Omar fece i conti con la sua incapacità di gestire il proprio stato d’animo sbagliato. I suggerimenti del giudice erano saggi, ma che cosa avrebbe dovuto fare? Lui non sapeva come agire, non era a conoscenza del fatto che, come in ogni apprendimento, poteva procedere per tentativi ed errori e che avrebbe trovato in me il suo indicatore di efficacia.

A questo punto comprenderete, con maggior precisione, il nostro compito supremo, compreso solo da pochi illuminati:

Noi siamo qui per agire come vostro strumento di risonanza. Possiamo aiutarvi a capire, con le nostre risposte, se le vostre azioni, i vostri comportamenti, le vostre emozioni, sono utili per ottenere ciò che desiderate.

I nostri feedback vi consentono di effettuare le prove necessarie nel vostro intimo e capire, in questo modo, come gestire l’universo interno di pensieri, emozioni, parole, sensazioni.

Aaron e l’interruzione di schema 


“Non siamo la nostra mente, non siamo i nostri pensieri”

Vi è mai successo di capire perfettamente che vi state facendo prendere dal panico e non sapete come fare per evitare quella fine che, paradossalmente, sapete che farete?

Quando a Omar il maestro disse che se proseguiva in quel modo mi avrebbe perso, lui lo sapeva perfettamente. Ciò che ignorava, convinto che fossi io a sbagliare, era come fare. Quando si girò e mi vide seduto (cosa che non si aspettava) si interruppe lo schema negativo del film, con tanto di colonna sonora, che si stava facendo in testa.

Se mentre state leggendo queste righe suona il telefono e sostenete una brevissima conversazione, quando riprendete a leggere la vostra mente dovrà compiere uno sforzo aggiuntivo per raggiungere il livello di concentrazione che avevate prima della telefonata.

In pratica il vostro cervello non è la Ferrari del multitasking come pensate. Se poi si tratta del cervello di un uomo (a differenza di quello femminile) è ancora peggio. Con quel cervello pensante che possedete, riuscite a compiere pochissime operazioni contemporaneamente. Questo è possibile grazie al miracolo dell’accorpamento in pezzi d’informazione, per esempio:

  3-9-3-9-3-0-5-1-9-2-5-0

Sarebbe un numero di telefono: provate a memorizzarlo in tre minuti.

Ora chiudete il libro e riscrivete quel numero su un foglio qualsiasi.

ce l’avete fatta?

Ora provate così:

39 – 393 – 05 – 19 – 250

Chiudete nuovamente e riprovate a trascriverlo.

Più facile, vero? Non è magia, Nel primo caso dovevate ricordare undici dati, nel secondo caso questi sono stati raggruppati e il vostro cervello doveva ricordare solo cinque pezzi di dati.

La vostra mente pensante può memorizzare sette (più o meno) gruppi di dati. In altri termini potete ricordare da cinque a nove pezzi, dopodiché i dati in entrata non vengono più processati dalla vostra mente consapevole.

Quando siete “concentrati”, la mente riesce a trattenere l’informazione. Se qualcosa interrompe questo stato di concentrazione, la mente non riesce, in modo immediato, a riprendere lo stato precedente.

Clicca qui se vuoi approfondire l’argomento!

Mental Coach specializzato nella gestione dell’ansia pre gara, autore del libro Parola di Cane e creatore della metodologia Double Bond Method©.
Nel mondo cinofilo è anche addestratore e conduttore nella disciplina IPO.
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